Recensioni

Le mie recensioni

LE STREGHE DI DOMINIQUE

 

La recensione del Prof. Francesco Palmieri

francesco palmieri

Ho letto tutto d’un fiato il romanzo “Le streghe di Domini
que”
, di Marisa Saccon, in anteprima e alla vigilia della pubblicazione ufficiale che avverrà in settembre, quando il volume comparirà nelle librerie.


Della Saccon avevo letto già diversi racconti, gli stessi che via via sono stati pubblicati su note riviste mondadoriane, e sempre – a ogni fine lettura – ho dovuto riconoscere di aver provato emozioni mio malgrado, in più di un passo, nella lucidità narrativa di un apice affabulatorio, nel vissuto in presa diretta ora di un personaggio ora di un altro; e questo perché Saccon è una scrittrice che, oltre a possedere il “mestiere di scrivere”, ha maturato e conservato in sé sensibilità umana, profondità di sentire, empatia intensa con “l’altro”, con gli altri, con il nostro essere persone sempre e comunque, anche quando ruoli sociali, funzioni professionali, conformismi indotti, sembrano aver cancellato non so se l’anima, lo spirito, il cuore, o comunque qualcosa di molto simile.

Saccon non solo racconta le vicende, i vissuti, gli intrecci delle sue creature ma vi partecipa tutta intera, si appassiona e si commuove, si indigna e si infuria, ne vive in prima persona direi la vita stessa più che la finzione letteraria.

Per questa ragione i diversi personaggi del romanzo “Le streghe di Dominique” spesso assumono il rilievo di carne di persone vive e senzienti; per questa ragione il quartiere di rue Dominique, in una Marsiglia dal dopoguerra agli Anni Sessanta, non è propriamente un luogo geografico preciso (una suburbia metropolitana, diremmo forse oggi) ma è un qualsiasi quartiere di periferia urbana, è lo squarcio topografico di una città qualsiasi, uno spazio fisico che, ieri come oggi, è quella dimensione scenica in cui si rappresenta la vita, la vita di persone che nascono, crescono, soffrono e sperano, muoiono.


Ed è in quella rue Dominique, nei suoi improvvisati campetti da calcio e da scorribande, che compare una schiera di ragazzini e ragazzine: i fratelli di origine italiana Gerard e Paul De Gennaro, e poi Jacques e Babet Du Pont – fratello e sorella – Omar (con il Mare nell’anima) ed Andy (il Parigino per vocazione), e poi la “coppia criminale” Rachele Kapka e Pierre Larmière; e infine Lei, la ragazza venuta da lontano, il capro espiatorio di rue Dominique, il controaltare ossessivo ed ossessionante della bellissima “strega” Rachele; Lei, Estebanah, altrettanto bella ma “strega” solo per diffamazione e paranoie persecutorie. Estebanah, figlia di Jane la Zoppa e di Tom il Soldato, due apparizioni fugaci, due non storie, due lapidi di un cimitero sperduto, più che una reale coppia genitoriale.


Ecco chi sono le “streghe di rue Dominique”, Rachele Kapka e Estebanah Rousell (il cognome della famiglia che la adotterà), due ragazzine prima e due giovani donne poi, due paradigmi femminili a cui l’Autrice sembra affidare il compito dell’eterna lotta fra il Bene e il Male, un Bene e un Male che solo apparentemente avranno lo stesso aspetto: la Bellezza, una Bellezza che nella sua ambivalenza sarà ora catalizzatore del Sordido che pur esiste nell’animo umano, ora suscitatore della Virtù e di una visione del mondo dove il Bene deve pur ritrovare la sua funzione vitale, se proprio non riesce ad essere definitivamente funzione salvifica.


Naturalmente non voglio aggiungere nulla intorno all’intreccio di storie personali e allo stratificato sviluppo narrativo, lascio al Lettore il piacere della scoperta, ma voglio subito dire che il romanzo “Le streghe di Dominique”, è sì un romanzo di formazione per la presenza protagonistica di ragazzi/giovani, ma è anche un romanzo che presenta una ricca galleria di personaggi adulti: di genitori, di uomini e donne che costituiscono, se non il fulcro della narrazione, lo sfondo onnipresente della dimensione mondo, con le sue luci e le sue ombre, il suo equilibrio e le sue grettezze, i suoi adulti buoni e quelli cattivi.


Il taglio “francese” di ambientazione narrativa e di onomastica (forse per un effetto di straniamento quasi mitologizzante voluto dall’Autrice), e ancora di più il taglio sociologico, mi hanno richiamato alla mente – pur con gli opportuni distinguo di carattere storico – la narrativa della Francia di Zola (ma anche alcune suggestioni de “Les Misérables” di Victor Hugo), l’esponente massimo del Naturalismo e della protogenesi della moderna società capitalistico-industriale, le sue storie di popolo, di diseredati, di predestinati e segnati fin dalla nascita, ma in sincronia non ho potuto non ricordare i corrispondenti della nostrana narrativa veristica e realistica, da Verga fino agli scrittori neorealistici (un Pratolini, per esempo) e fino ai “ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini.


Così come lo è stata per gli Autori nominati, è la realtà, la vita in presa diretta, la preoccupazione di Marisa Saccon, la realtà di una periferia che assume i contorni di una periferia del Mondo, un luogo umano e fisico che a tutt’oggi è facilissimo trovare, e non solo nelle periferie del Sud del mondo.

Una realtà a tratti squallida, a tratti ricchissima di umanità e sensibilità, a volte virtuosa a volte criminale fino al punto di tingersi di “noir” (Rachele e Pierre), di crimine e sangue, emarginazione e violenza impietosa, così come tanta cronaca nera contemporanea ci riporta quotidianamente con tutto il suo carico di orrore e bestialità.


Come ho scritto in apertura, ho letto “Le streghe di Dominique” tutto d’un fiato, in un pomeriggio e fino a sera (non mi capitava dai tempi de “Le ceneri Angela” di Frank MacCourt), e non perché vi fosse un qualche obbligo, una qualche fretta, ma semplicemente perché è quello che di solito accade quando un’opera ha una scrittura accattivante, fluida, chiara, vivace e briosa.

E la scrittura della Saccon è appunto così com’è descritta da quegli aggettivi – fluida ed accattivante soprattutto – una “scrittura americana”, come dico quando voglio fare un complimento. Sì, una scrittura americana, che poi vuol dire soprattutto moderna, capace di coniugare profondità e spessore a linguaggi e costrutti di senso comune, l’eleganza formale alla scioltezza viva del parlato.
Insomma, la scrittura e il linguaggio di “Le streghe di Dominique”.

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